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“L’IMPORTANZA DELLA GESTIONE DELLE EMOZIONI NEL TRATTAMENTO MANUALE”

“L’IMPORTANZA DELLA GESTIONE DELLE EMOZIONI NEL TRATTAMENTO MANUALE”

               di Carlo Gervasi

 Fondatore del metodo di trattamento corporeo “Massaggio Miofasciale”.

Con questo nuovo scritto voglio approfondire alcune delle mie teorie e i metodi generali di gestione delle emozioni nel trattamento miofasciale e di come le emozioni si manifestano nel lavoro sul corpo.

Autore del libro “Anatomia Emozionale”.

Il mio obbiettivo nel trattamento manuale e nel massaggio è la gestione delle emozioni e dei rilasci muscolari come chiave della risoluzione di qualsiasi tipo di disturbo e cambiamento posturale.

Approfondire l’importanza della struttura corporea, della postura e delle problematiche emotive che emergono durante un trattamento, è la chemioterapia emotiva, l’antidoto alla noia dei trattamenti sempre uguali che uccidono la creatività in nome di una ricerca corporea infinita tra struttura, movimento e respiro.

La mia posizione riguardo il lavoro sui tessuti profondi è che la struttura che si riorganizza durante il trattamento manuale, non solo aiuta la persona a creare una nuova immagine di sé, ma in qualche strano modo, dalla nuova immagine di sé viene a crearsi un’identità che modifica la memoria del tessuto.

Seduta dopo seduta, quello che stiamo facendo manipolando il tessuto connettivo, è proprio cercare di alterare quell’immagine e quindi anche quella di cercare di manomettere l’identità limitante della persona, per permettergli di andare verso una nuova e più consona personalità.

Poiché il corpo e l’immagine sono intimamente connessi ed entrambi sono plasmati dalle esperienze, nel processo di lavoro con il corpo, e specialmente nel lavoro sui tessuti profondi, è inevitabile entrare a contatto con materiale rimosso, spesso emotivamente doloroso.

Ecco perché batto con forza su questo tasto, perché in questi tempi moderni esprimere le proprie emozioni è sempre più imbarazzante e gestire rilasci inaspettati spesso ci sorprende e ci spaventa allo stesso tempo.

Ma è davvero difficile evitarlo, e nella maggior parte dei casi è proprio affrontando questo materiale che si va verso la vera trasformazione ecco perché devi essere preparato a gestirlo.

Devi sapere cosa fare quando mentre stai lavorando fai accedere il tuo cliente, anche involontariamente (può succedere anche alla parrucchiera mentre fa uno shampoo) a un’esperienza emotiva, cioè la persona che stai trattando, inizia ad essere emotiva.

A questo punto hai alcune opzioni, alle quali puoi applicare i quattro principi che voglio esporti qui sotto, vediamoli nel dettaglio:

Il primo dei quattro è: riconoscere la questione emotiva. Cosa che spesso non facciamo perché ci spaventa, come dicevo prima, oppure al contrario la cerchiamo per sentirci appagati da quello cha facciamo e compiacerci con noi stessi, “ohh quanto sono bravo, ho fatto piangere la signora Maria”.

Partiamo dall’idea che spesso l’immagine della persona è bloccata da qualche parte dentro di sè perché le emozioni coinvolte e responsabili del blocco non sono state riconosciute. Anzi, sono state sepolte nei ricordi e imprigionate nella corazza muscolare.

Ma se mentre emergono, anche tu come massaggiatore, o come terapista manuale commetti questo errore, cioè, non riconosci i sentimenti della persona, e cerchi di andare avanti con il trattamento senza accorgertene, senza commentare, allora il tuo silenzio sarà interpretato come se questi sentimenti che emergono non sono importanti, non sono validi o accettabili, o che è possibile “passarci sopra” senza riconoscerli.

Questo è un errore che non devi commettere.

Quello che accade quando i sentimenti non vengono riconosciuti è che la persona li nasconde o cerca di affrontarli da sola, successivamente, il che è sempre arduo e talvolta impossibile.

Quando le persone seppelliscono problemi irrisolti e sentimenti ed emozioni, la struttura del corpo ritorna indietro verso la posizione che stava mantenendo prima che il lavoro corporeo iniziasse, attraverso una sorta di memoria posturale, e tu sei sempre lì a fare le stesse cose ogni settimana con le stesse persone senza venirne a capo, e questo è frustrante. Per tanto bravo che tu sia e per quanti corsi tu abbia fatto lì, con quella persona, non stai funzionando.

Spesso invece accade che le persone tendono a compensare in qualche altro modo, magari psicologicamente o nel comportamento, e l’approccio psicologico alle questioni emotive è sempre una ricerca di chiarezza.

Aiutare una persona a capire i suoi problemi emotivi è la cosa migliore che si possa fare, perché la persona può riorganizzarsi attorno a quella nuova comprensione.

Non è che le persone non riescano a gestire questi problemi, quanto piuttosto che evitano abitualmente i problemi, i quali rimangono, pertanto, poco chiari.

L’abitudine ad evitare i problemi si sviluppa quando siamo bambini o giovani, in un momento in cui non siamo in grado di gestire queste situazioni in altro modo.

Non possiamo ad esempio andarcene da casa, o cambiare scuola se ci rendiamo conto che non siamo più interessati a quella materia, sarebbe troppo facile, e allora rimaniamo lì congelati, a volte depressi, incapaci di compiere una scelta semplice perché pensiamo di non avere i mezzi per affrontarla.

Ma lo siamo come adulti, cioè siamo in grado di gestire meglio il materiale emotivo perché siamo maturati ed abbiamo fatto esperienza, se ci è dato un supporto, possiamo essere aiutati a comprendere le dinamiche con nuovi occhi e con maggiore consapevolezza, e cambiare le abitudini coinvolte.

Pertanto il vostro primo compito come terapeuti è accettare i sentimenti che emergono.

Non ignorare l’ovvio.

Quando una persona inizia a piangere, tutto ciò che devi dire per riconoscere e validare la sua esperienza, è: “rimani in contatto con quello che stai provando e respira”.

Già solo quel tipo di dichiarazione di contatto, che non analizza o interpreta, ma che semplicemente nota e riconosce che accetti cosa sta succedendo, è sufficiente.

Questo è, di per sé, una parte significativa del trattamento.

Essere notate ed accettate fa sentire le persone più sicure e forse anche un po’ meglio con sè stesse, e con la sicurezza e il riconoscimento, il processo può continuare.

Spesso, i sentimenti emergono solo in un modo molto piccolo, è come se certe persone non sapessero se sia giusto esprimere i propri sentimenti, magari c’è un po’ di umidità negli occhi, un po’ di rossore intorno al naso, un po’ di strozzatura nella voce, solo questi piccoli segni. Questi sono i momenti dove devi riconoscere l’emozione.

Se non te ne accorgi, magari queste persone potrebbero decidere che i sentimenti che stanno provando non sono “giusti” e magari decidono di reprimerli, questa decisione, cioè quella di reprimere i sentimenti o le emozioni, viene presa nei primi momenti in cui sentono qualcosa.

Questo è il motivo per cui devi esserci, devi essere lì. Il tuo essere presente in quel modo crea fiducia nella tua percezione, perché stai notando piccolissimi incrementi di sentimento, e i tuoi clienti si sentono più sicuri, sanno che lo sai.

Una volta ogni tanto potrebbe venirti il dubbio che qualcuno possa percepire che la sua privacy viene invasa solo perché stai osservando da vicino, secondo la mia esperienza è solo uno scrupolo dato dalla tua mancanza di esperienza, più ti affinerai e più sarai capace di essere presente e più sarà facile stare lì a dare solo la tua presenza nel presente.

E’ una naturale conseguenza che il primo obiettivo sia l’individuazione e il riconoscimento dei sentimenti, che implica molto più che il semplice toccare.

Anche se a volte dovresti essere in grado di rilevare i sentimenti solo con il tatto, dovrai anche guardare e ascoltare.

Immagina di stare lavorando su una particolare area, e all’improvviso il tessuto vacilla.

Lo puoi sentire.

O magari senti un sospiro o vedi una paura improvvisa.

Non si tratta solo di toccare, ma di suoni e segni.

Devi stare al passo con tutti i tuoi sensi.

Personalmente quando lavoro, guardo quasi sempre il viso della persona. So che non è possibile farlo costantemente, ma è consigliabile farlo molto spesso. Controllare e mantenerci in ascolto.

Con un minimo di pratica, dovrai essere anche molto preciso nell’intercettazione di questi segnali.

È solo una questione di presenza.

Se sei in uno stato che ti permette di essere ricettivo in modo intuitivo, se sei abbastanza calmo e abbastanza chiaro e abbastanza aperto, anche piccoli suoni avranno molto significato per te.

Il tono della voce può dirti chi sia una persona e cosa sta vivendo, solo il tono della sua voce.

Quando qualcuno entra nel tuo studio e dice: “Ciao, ho passato una buona giornata”.

Se sei nello stato giusto, puoi sentire e avvertire cose che riguardano l’intero essere di quella persona.

Veniamo ora al secondo atteggiamento, forse il più significativo e cioè che: i sentimenti non sono problemi da risolvere.

Dopo l’analisi del corpo per squilibri strutturali, ci rendiamo conto che ci possono essere cambiamenti posturali da fare a quel livello e va bene, bacino, anche, piedi, colonna.

Ma quando si ha a che fare con i sentimenti beh, i sentimenti devono semplicemente essere capiti.

Se sei proteso a risolvere problemi stai già andando nella direzione sbagliata che è di fatto la stessa direzione in cui tendono i meccanismi di difesa.

Ci si difende contro un sentimento quando lo considerato un problema e la difesa è la soluzione.

Il sentimento non è accettato: è “gestito” o “trattato” in qualche modo.

Se riesci a risolvere i problemi, se intraprendi quel viaggio difensivo con qualcuno, verrai coinvolto in un ruolo troppo attivo e perderai la capacità di ascoltare e vedere chiaramente.

Un atteggiamento di problem solving può bloccare il tipo di ascolto intuitivo che ti permetterebbe di capire i sentimenti dell’altra persona, e certamente se capisci, puoi aiutare meglio l’altro a capire.

Non potrò mai ribadirlo abbastanza: la mobilitazione della coscienza che si volge ad una risoluzione dei problemi è dannosa per il tipo di apertura che come terapeuta devi accettare e capire.

Devi abbandonare qualsiasi modo di pensare orientato al problem solving quando inizi a lavorare con i sentimenti delle persone.

Potresti pensare a: “come faccio per risolvere..” una situazione muscolare o strutturale mentre lavori con il tessuto, ma quando improvvisamente c’è un po’ di tristezza, non precipitarti al “cosa posso fare per aiutarlo a risolvere”, resisti al tuo impulso e aiuta la persona a sentirsi più al sicuro, aiutala a sentirsi a suo agio, aiuta il processo a svolgersi come “sembra voler fare”.

Questo è il modo che preferisco, aiutando le persone a elaborare le loro emozioni in modo tale che arrivino da sole a una comprensione di ciò che sono, che arrivino a riconoscere un loro significato nell’esperienza, senza un condizionamento esterno di qualsiasi natura.

Questo è quello che va fatto, e non richiede che tu risolva i problemi.

Il metodo è anzi semplice e tecnico, si eseguono solo determinate azioni e si seguono alcune regole, che ti do mentre continui nella lettura.

Quindi, vediamo di cosa tratta il terzo principio.

Questa è la regola generale più importante di tutte per elaborare i sentimenti: sostenere il comportamento spontaneo. Tutto qui.

Questo è quello che devi fare per aiutare il processo a svolgersi come è necessario.

Non stai risolvendo problemi, adesso stai solo osservando. Stai tenendo traccia del comportamento spontaneo e trovando modi per sostenerlo. Certo, devi essere in grado di determinare cosa sia spontaneo e cosa no. Devi sviluppare un orecchio per questo e un occhio per quello, devi affinarti a notare reazioni spontanee al sentimento e sostenerle. Questa è la regola.

Se ad esempio, durante il trattamento, qualcuno inizia a piangere magari inizierà a girare la testa, o inizierà a gestire il flusso dei sentimenti contraendo determinati muscoli.

Magari le spalle si avvicineranno e si alzeranno e il diaframma e l’addome si contrarranno e la persona potrebbe provare a raccogliere le ginocchia.

Bene, tutto quello che devi fare è prenderlo in considerazione, aiutare il tuo cliente a fare quello che sta facendo.

Agevolare ogni suo raccoglimento o irrigidimento a cui sta tendendo, anche se è difensivo.

Non è nostro compito andare contro il sistema di difesa. Devi solo offrire alla persona il tipo di supporto del quale sembra spontaneamente aver bisogno.

Se vuole voltare le spalle, girala semplicemente nella direzione che desidera, asseconda e facilita i suoi movimenti.

Se prendi la decisione di aiutare una persona a elaborare i sentimenti, allora il modo per farlo è sostenere il comportamento spontaneo.

Il risultato di questo approccio è che la persona si sente più sicura quando questo comportamento spontaneo è supportato, sente che il terapeuta è dalla sua parte e che i suoi sentimenti sono validi e accettati.

E’ a questo punto che il sistema di difesa si rilassa un po’ e l’esperienza del rilascio emotivo si approfondisce immediatamente.

Nel momento in cui la persona rilassa i muscoli coinvolti nella gestione dell’espressione emotiva, i sentimenti diventano più intensi. Ed è in questa esperienza più profonda che si può trovare il significato del processo.

Se osserviamo ad esempio, la tendenza a crollare in avanti nell’esprimere tristezza, questa postura porterà la persona a mettere il peso della testa sui muscoli della schiena e del collo, e tenderà a limitare la respirazione nella parte superiore del torace.

Però non appena prendi la sua testa tra le mani e aiuti la persona a sostenerla il respiro si approfondisce.

Con te che reggi la testa e che ti rendi partecipe e comprensivo della situazione che la persona sta vivendo in quel momento, i muscoli della schiena possono rilassarsi, e se e quando lo fanno, il respiro si approfondisce, più sentimenti entrano in consapevolezza e la tristezza viene percepita più chiaramente.

Tutto questo accade abbastanza naturalmente, perché le risposte difensive fanno parte dell’evitare i sentimenti e le esperienze coinvolte, mentre il rilassamento delle difese facilita la comprensione e aiuta la consapevolezza.

Quando sostieni il comportamento spontaneo le difese solitamente si rilassano e quando aiuti ad approfondire l’esperienza, aiuti la persona ad ottenere maggiori informazioni e chiarezza.

La stai aiutando ad avvicinarsi a quello che è lo scopo dei processi sensoriali. Più precisamente, la stai aiutando a capire. Ecco di cosa si tratta la prossima regola, l’ultima

La prossima, l’ultima regola generale è questa: punta al significato. Stiamo cercando comprensione, intuizione e chiarezza no?

Non penso che sia una questione di quantità di sentimenti o di litri di lacrime che dobbiamo buttare fuori, è piuttosto questione di come possiamo aiutare le persone a organizzare la loro esperienza emotiva.

Penso che l’obbiettivo sia aiutare le persone a cambiare il modo in cui organizzano l’esperienza, aiutandole a starci dentro abbastanza a lungo da esaminare da dove viene e cosa significa.

Penso che se guardiamo a una determinata esperienza e la comprendiamo, possiamo smettere di difenderci.

Il processo emotivo può coinvolgere esperienze che sono state sepolte e con il tempo sono diventate incomprensibili, magari quell’esperienza è stata diversa da come la ricordavi, da come l’hai codificata, e il ricordo di quell’immagine ti porta ad usare il sistema muscolare per esprimere e mantenere quell’immagine.

E’ un po’ come se la postura fosse un’infinita serie di scelte che abbiamo fatto e che hanno plasmato i nostri tessuti sulla base di quelle scelte.

La strada verso il significato è in primo luogo una profonda esperienza e in secondo luogo, una messa in discussione di quell’esperienza.

Questo è il processo da compiere per aiutare le persone a riconoscere e gestire le loro emozioni, solo una volta riconosciute posso essere utilizzate al meglio, questo è il succo del discorso, non siamo qui per gestire le emozioni, siamo qui per utilizzarle al meglio senza esserne sopraffatti.

Le emozioni ci servono, ci rendono umani in un mondo di macchine, forse imperfetti, forse anche fragili, ma pur sempre umani dopotutto.

Okay, penso di aver finito con il discorso generale. Riassumerò di seguito solo i quattro punti principali di modo che possano essere appresi con più facilità:

Punto primo: Evita la risoluzione dei problemi.

È una questione di impostazione, atteggiamento e coscienza.

Immagina di essere seduto su una panchina in una stazione ferroviaria, intento ad osservare con aria sognante i passanti, come se ognuno fosse un mistero affascinante che attraversa la tua coscienza, credo che non cercheresti di risolvere i problemi di nessuno, anzi, non cercheresti problemi da risolvere punto e basta.

Lasciarsi permeare e sentire il mistero della vita, delle vite che ti stanno passando davanti, i sogni di quelle persone, i desideri, le loro paure, le loro incertezze. Se impari ad osservare in questo modo, risolvere problemi diventerà l’ultimo dei tuoi problemi.

Questo stimola una maggiore attenzione e ti porta fuori da una partecipazione attiva al problema del tuo cliente, verso uno stato più rilassato e lucido. Questo atteggiamento permette l’espressione di sentimenti che altrimenti non emergerebbero se tu fossi rigidamente concentrato sulla risoluzione del problema.

Quindi, evitare come la peste il problem solving.

Credimi è una delle cose più difficili da insegnare ai miei allievi e studenti. Soprattutto quando mi dicono: “vogliono risolvere i problemi. Vogliono aiutare”.

E io ribatto sempre: “ci sono livelli e modi diversi per aiutare, ma tu ti stai concentrando su uno solo”.

Punto secondo: Riconosci e accetta l’espressione emotiva.

Ora, potresti dover lavorare un po’ su te stesso per essere a tuo agio coi sentimenti degli altri, ma devi essere pronto ad accettare sentimenti di ogni tipo. Odio, frustrazione, sofferenza.  Qualunque cosa.

Devi essere presente e ricettivo per ognuno di essi.

Quindi, mettiti in contatto, fornisci una dichiarazione che permetta all’altra persona di sapere che tu stai seguendo e che capisci cosa sta succedendo e ricorda, affrontali subito!

Questa è la seconda regola: riconoscere e accettare.

Punto terzo: Sostieni il comportamento spontaneo.

Se sostieni il comportamento spontaneo, non violerai mai il sistema di difesa, e se non violerai mai il sistema di difesa, non creerai resistenza.

Creare resistenza e lottarci contro è bello se ti piace sudare e se ti piace il dramma, ma non ha molto senso se stai cercando di portare a termine il lavoro.

Perché destare i demoni? Perché svegliare le tigri al cancello se riesci a scivolare oltre, fare il tuo lavoro e uscire col minimo sforzo e dolore?

Il percorso più semplice ed efficace è basato sull’osservazione e sul supporto del comportamento spontaneo, adesso so che capisci cosa intendo. Non combattere, ama.

Il combattimento è sempre contro te stesso che vedi riflesso nell’altro, e se ingaggi una battaglia un’ora dopo l’altra non può che portarti allo sfinimento.

Punto quarto: Punta al significato.

L’obiettivo è capire. Non stai cercando un significato per te, ne stai cercando uno pertinente per la persona con la quale stai lavorando. Non devi sapere tutto quello che sta succedendo. Devi solo creare una situazione tale che il cliente sappia cosa sta succedendo.

Cerco di fare un esempio pratico, mettiamo che tu abbia le dita in alcuni muscoli e improvvisamente senti qualcosa, vedi un po’ di tristezza, le spalle della persona si sollevano. Ci metti una mano sotto a sostenere quei muscoli e la persona piange, ma dopo un po’ si calma, anche se è ancora un po’ triste.

Quando è il momento giusto per farlo, chiedi: “che cosa ti sembra che la mia mano ti stia dicendo?”

Cerca di attraversare costantemente questa interfaccia mente/corpo con le tue domande, cerca di rendere reale, “muscolare” l’esperienza e chiedi il significato di come avvertono il tuo tocco.

Questo è il tipo di significato cui tendere, il significato dei sentimenti, delle reazioni corporee che contatti attraverso le tue domande e il tuo tocco.

Le tue domande non devono contenere le tue curiosità o le tue speculazioni, sono inviti aperti, dirigono la ricerca di informazioni sull’esperienza presente. Anche se il cliente non ti risponde, sta comunque succedendo qualcosa in lui, le parole ben dosate in questi momenti sono un lievito magico che cresce nella consapevolezza.

C’è sempre una svolta quando ci si concentra sul significato, quando si permette al cliente di andare più in profondità e magari piangere più liberamente, e per quanto doloroso sia, quel pianto è una sensazione positiva. Esprime una verità finalmente riconosciuta. E’ con un gran sospiro di sollievo che arriva la comprensione, il tessuto lascia andare la tensione e la struttura cambia di forma in modo permanente.

Puntare al significato è solo un altro modo per approfondire l’esperienza, per raccogliere ancora più informazioni. Tutto ha a che fare con ciò che una persona fa con il suo dolore, se scappa via, o se si ferma e lo vive.

E l’unico modo per fare qualcosa di sano è fermarsi e capirlo.

Se si scappa dall’esperienza, se si blocca l’area con tensioni e rigidità, il flusso sanguigno cambia, il tessuto diventa più duro e perde la sensibilità, la consapevolezza viene conseguentemente persa, così come la funzione, così come un pezzo dell’immagine di sé.

Riconoscere l’esperienza che è stata vissuta, capire l’importanza che gli è stata attribuita, esprimere quello che è stato percepito e completare ciò che è stato iniziato, sono le sole opzioni salutari qui.

Quattro punti da ricordare quindi:

  • riconoscere e accettare l’espressione emotiva
  • evitare la risoluzione dei problemi
  • sostenere il comportamento spontaneo
  • cercare il significato

Semplice no?

C’è infine un’ultima cosa che vorrei dire, e cioè che c’è un qualcosa di spirituale in tutto questo, come una specie di fede nel potere dell’altro di guarire.

E’ con questa sensazione, questa “fede”, che puoi sostenere un comportamento spontaneo mentre lasci che le risposte del cliente conducano il processo. Non devi risolvere i problemi.

Tutto questo si basa sull’accettazione del potere di guarigione dell’organismo e quella fede, ti da spazio per respirare.

Il processo guidato internamente si completa in modo sano e arriva da solo a una conclusione sana.

Tu, terapeuta, coniughi il processo, fai da balia, lo assisti.

Ecco, assistere, questo è il tuo ruolo, il tuo sostegno. La tua fede nel processo e la tua cura creano uno spazio per quello svolgimento naturale.

Quando sostieni la persona, quando fornisci a quella persona coraggio, forza e nutrimento, quella persona cambia naturalmente, e cambiare significa prendere fiducia.

E’ questa fede che cambia sia il guaritore che il guarito.

Stampa questo documento e leggilo ogni giorno prima di cominciare con il primo trattamento del mattino e lascia che quello che leggerai possa crescere dentro di te come un lievito.

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